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foto: Grimaldi (CS), in alto a sinistra il Palazzo Comunale. Si nota il loggiato (sottotetto) dove è ospitata la nostra manifestazione "Tornare a Itaca, nella geografia delle emozioni.
Dai miei ricordi d'infanzia a Grimaldi è nata l'idea di questa mostra.
Grimaldi, 25 luglio 2000
Credo che ognuno di noi abbia un luogo fondante intorno a cui la sua personalità si è andata strutturando e che ha finito per assumere valore di archetipo nella propria vita.
Questo luogo per me è Grimaldi, piccolo paese collinare a sud di Cosenza, “fresco d’acque e di verzure”, prima che il cemento avanzasse in modo dissennato. Mi sono sempre detta, in fondo, nonostante l’aria cittadina, sei una che viene dalla campagna.
Con le vecchie “mappine”, strofinacci di lino tessuti a mano, ho fatto fare da mia madre vestiti, gonne e gilet.
Volevo portarmi addosso questo imprinting grimaldese della mia infanzia. E’ qui che sono nata ed è qui che ogni estate sono tornata per la villeggiatura.
Durava da giugno a settembre, poi il primo temporale settembrino era il segnale che le vacanze stavano per finire e dopo qualche giorno si tornava in città. I ricordi legati a questo luogo sono tanti, ma alcuni si sono stampati nella memoria più degli altri.
La casa della nonna Erminia, ancora da finire da quando il nonno era morto costruendola, la cena consumata sulle ginocchia coperte di uno strofinaccio di lino, mentre il lucignolo sulla mensola del camino (non c’era la luce elettrica) dava alla scena un carattere da presepe natalizio.
L’insalata non era un contorno, come avrei appreso a Milano, ma un piatto importante e unico, soprattutto se fatta con pomodori carnosi dal sapore pieno e dal profumo lievemente dolce, fragranti di origano e accompagnati da frese scure e grandi, ammorbidite nell’acqua.
Quei sapori, quegli odori sono parte dei miei ricordi d’infanzia.
La freschezza dell’acqua, esaltata dalla superficie liscia di una foglia di vite, quella volta che me ne ero servita per bere alla fonte.
E la nonna che, come una equilibrista, dopo aver disposto “ ‘a curuna, ” uno strofinaccio acciambellato sulla testa, vi poneva l’orcio che aveva riempito d’acqua alla fontana e lo portava miracolosamente in bilico fino a casa. L’acqua, da consumare con parsimonia, vi si sarebbe conservata fresca, impregnandosi dell’odore di terracotta bagnata.
Poi la sera sotto il fico dei Pileri, con zio Alberto, si sarebbe consumata la veglia dell’attesa, ammantata di mistero, e il pipistrello, appeso al ramo sulla nostra testa, sarebbe penzolato, complice il buio della notte, come nera foglia. Qualche volta mi affacciavo furtiva ai balconi senza ringhiera (mi era stato proibito di farlo) per vedere passare gli zii di mamma, che erano piccoli e vestiti di nero; le donne anch’esse erano vestite di nero per un lutto antico a cui se ne erano aggiunti altri recenti sì chè gli abiti neri non erano stati più smessi.
Davanti a casa c’era una forgia e la ferratura dei cavalli era per me uno spettacolo fantastico a cui cercavo di non mancare. Il forgiaro batteva il ferro di cavallo arroventato con il martello e scintille di fuoco si spargevano intorno, dando un alone un po’ magico, da antro di Vulcano, al piccolo locale annerito dal fumo in cui lavorava. Poi lo inchiodava allo zoccolo che sfrigolava al contatto, mentre intorno si diffondeva un odore acre di unghia bruciata. Osservavo con interesse ogni cosa e il tempo passava senza che me ne accorgessi. Ogni tanto il mastro forgiaro, ricordandosi della mia presenza, mi volgeva uno sguardo complice e rassicurante. Non parlava mai, nè io osavo chiedergli alcunchè, paga delle mie fantasticherie.
Dopo cena, il rito della seduta collettiva: nonna Erminia, zia Amelia, qualche volta zio Alberto, e io sul gradino del portone, ancora caldo del sole estivo.
La nonna sedeva sempre allo stesso modo: una mano sotto il mento e l’espressione mesta. Tutta nera, il fazzoletto in testa, la gonna lunga e “u jippune”, il corpetto attillato, che a causa dei frequenti lavaggi e delle asciugature al sole, aveva perso un po’ del suo nero per assumere un colore vecchio topo.
Spesso stavamo in silenzio come sospesi ad ascoltare e la gente che passava si fermava a salutare, o si scappellava proseguendo.
Pensando alla nonna mi viene fatto di pensare alle formiche, anche lei sempre in movimento, la prima ad alzarsi per accendere il fuoco e abbrustolire il caffè che da lì a poco ci avrebbe inondato col suo aroma. Raccoglieva sassi. Sassi piatti di fiume. Un giorno le avevo chiesto perchè e mi aveva risposto: “Per finire la casa”. Finire la casa era il suo chiodo fisso e anche quando era in silenzio capivi che ci stava pensando.
Zia Amelia, prima che la sua mente si disgregasse in paure e ossessioni, cantava.
Aveva una bella voce intonata.
Cantava ricamando fantasiose composizioni floreali, quasi dipingesse coi fili colorati.
Amava i fiori, soprattutto le rose. Spesso ne portava mazzi che aveva raccolto nell’orto.
Attenta a che le spine non le graffiassero le braccia, me ne faceva annusare il profumo prima di riporle nel recipiente che teneva sul piccolo tavolo del suo stanzino.
Sul corridoio del piano di sopra, quello che chiamavamo “u passettu”, che univa la stanza col lettone grande a quella di zia Amelia, mi capitava spesso di vedere zio Alberto che, indossato un grembiule di tela cerata, si sedeva al suo banchetto per suolare le scarpe della famiglia, da che, dopo la guerra, lo avevano licenziato per motivi politici da vigile del fuoco, e in attesa di un lavoro che non arrivò mai e che era pretesto per continue lamentazioni contro il destino e gli uomini.
Con gesti calibrati inchiodava sulle suole consumate il pezzo di cuoio, ancora informe, e poi lo tagliava, modellava e limava con gli attrezzi che aveva conservato con ordine maniacale. Era tenero e affettuoso, quasi materno, dietro la sua aria un po’ scostante e musona, pieno di premure, ma anche di fobie. Si lavava continuamente le mani e aveva paura della gente. Spesso lo avevo sorpreso mentre si tirava indietro dall’affaccio per non salutare le persone che passavano.
Quando lo avrei rivisto, prima di morire, era ormai l’ombra di sé.
Ogni volta che alle cinque arrivava strombazzando il postale da Cosenza lo pregavo di accompagnarmi a vedere se mamma e papà avevano mandato lo “sportone”, un cesto rettangolare con coperchio, legato come un salame. Se lo sportone c’era e trovavo le mozzarelle erano gridolini di gioia, pregustando il sapore morbido di latte, quando le avrei addentate.
Un giorno dal vicino ufficio postale qualcuno era corso ad avvisarci che ci avevano chiamato al telefono. Era la prima volta che succedeva e ci fu un gran trambusto in casa. Io ero andata in confusione, perchè zia Amelia continuava ad urlare qualcosa, mentre cercavo di ascoltare. A stento riuscii a sentire la voce di mio padre, che mi chiedeva come stavo e che sarebbe venuto con mamma a trovarmi la domenica successiva. Da allora non ci furono più telefonate e mi rimase, non so perchè, una strana soggezione del telefono, trasformatasi nel tempo nella difficoltà ad usarlo con disinvoltura.
Poi arrivava il gran giorno della trebbiatura ed era festa.
Sull’aia dei Pileri il terreno era stato preparato dal giorno prima. Vi avevano gettato sterco di mucca per indurirlo.
Ricordo che il grano cadeva a pioggia ogni volta che i contadini lo lanciavano in aria con i forconi.
Noi bambini cercavamo di afferrarlo prima che ricadesse a terra e venivamo “secutati” con urla e minacce scherzose.
La sera poi gli uomini avrebbero bevuto in abbondanza il buon vino rosso, accompagnato da patate fritte e peperoni, mentre le donne sedute davanti alla porta si godevano il fresco della sera, ritrovando complicità nello spettegolare a bassa voce.
Poi era arrivata la trebbiatrice rossa, simbolo della modernità e della meccanizzazione, ma non era stata più la stessa cosa.
Osservavamo incuriositi la macchina, ma non c’era più la partecipazione corale di prima. Qualcosa cambiò anche nella nostra famiglia, perchè venivamo di rado a villeggiare a Grimaldi. Mia sorella Lina ed io, ormai adolescenti, volevamo fare nuove amicizie, perciò preferivamo il soggiorno al mare più propizio.
Zio Alberto fu ricoverato in ospedale a Cosenza e mamma lo andava a trovare tutti i giorni per portargli da mangiare il cibo che lui regolarmente avrebbe vomitato. La sua morte fu seguita a distanza di pochi anni da quella della nonna Erminia, alla quale non fu mai detto che suo figlio non c’era più e se ne andò chiamandolo. Ultima ad andarsene fu zia Amelia, ma la sua mente sconvolta e il sopraggiunto ictus cerebrale l’avevano privata della coscienza e morì senza sapere di esserci stata.
Ogni estate torno ancora qui, anche se la mia villeggiatura si riduce ormai all’assistenza di mia madre. Papà che amava tanto Grimaldi fino a farne il suo paese elettivo, preferendolo a Tessano dove era nato, non c’è più, eppure sento che Grimaldi e questa vecchia casa di campagna saranno sempre per me il luogo fondante della memoria.
Mimma Pasqua
Grimaldi, 23 luglio 2001
“Fammi vedere le piante dei piedi”,le dico e lei, con aria un po’ diffidente, solleva un piede.
“Ma è come se tu avessi le scarpe! Ti si è formata la suola sotto i piedi”. Cammina sempre scalza e alla domenica si mette le scarpe per la messa.
Siamo sedute una di fronte all’altra, io su una piccola sedia impagliata e lei sul muretto.
Abbiamo sette anni tutte e due, ma lei è più minuta di me. Ha i capelli a trecce fermati alle tempie con le forcine e due nastri rossi stinti. È scura di carnagione per la vita all’aria aperta e per la scarsa frequentazione dell’acqua. Queste due condizioni, insieme, contribuiscono a darle quell’odore selvatico che non mi da fastidio, perché è come l’odore dell’erba e della terra. Ho indossato un vestitino bianco con piccoli papaveri rossi, oggi. Mi piace essere vestita bene, mi fa sentire contenta. Lei ha un vestitino blu a fiorellini che ha perso la freschezza dei colori e in alcuni punti è stato rattoppato.
Non si può dire che siamo amiche. Lei mi guarda sempre con quel misto di soggezione e diffidenza. Io sono pur sempre “la padroncina”. Una povera padroncina, a ben pensarci, perché la terra dei Pileri basta appena a sfamare nonna Erminia e gli zii, solo un po’ meno poveri degli altri, anche se di una povertà poco esibita e quasi nascosta.
Invidio la sua libertà di stare nei campi, di mungere la capretta che al mattino si ferma davanti alla nostra porta scampanellando, di poterne bere dal capezzolo il latte dal sapore salato.
Invidio le sue corse e i suoi salti, la sua dimestichezza con la terra e con le piante, l’inconsapevole grazia dal sapore agreste.
Perché io, la padroncina, vivo in questa vecchia casa come in un bunker circondato da nemici. A me non è consentito parlare con la piccola Rosina, confinante, e ci guardiamo con curiosità attraverso la rete divisoria (o quanto preferibile all’assurdo muro di Berlino che l’ha sostituita.). Ci scrutiamo come piccole confinate in un campo di concentramento che i grandi ci hanno costruito intorno. Io e lei siamo “nemiche”, anche se non so perché e non ci dobbiamo parlare.
Però ogni volta che capita ci guardiamo con curiosità. Vorrei chiederle quanti anni ha e se le piace giocare con la bambola e a campana. Potrei mostrarle la mia bambola di pezza con i capelli di lino e col vestito a quadretti bianchi e rossi; potremmo giocare alle fruttivendole, con l’erba a simulare la tenera insalata e il mattone sbriciolato a fingere il pepe in polvere. Oppure potrei rivelarle un segreto. Nei magazzini di casa, i catoi, il pavimento è d’argilla e con una zappetta puoi scalzarla bene e impastarla con l’acqua per farne piccole sagome: un cagnolino, un gatto, un bimbo ed una mamma da far seccare al sole e colorare di azzurro, giallo e verde.
Potremmo decidere noi due di diventare amiche senza che i grandi costruttori di gabbie e di steccati lo sappiano. Potremmo. Ma nessuna delle due osa e continuiamo a guardarci senza parlare.
Un giorno è partita per l’America e non ho più saputo nulla di lei.
Ero felice allora? Non lo so. Forse no. Era come se una coltre spessa di tristezza mi avvolgesse, erano visi cupi e spenti.
Qualcuno aveva proibito le risate in questa casa da sempre a lutto e solo qualche volta vi echeggiava il riso come di pianto di zia Amelia. La vita era fuori di qui.
Vado a trovarli tutti i giorni Candida e Rinaldo. Ci facciamo compagnia, ridiamo, diamo corpo ai pensieri e ai ricordi.
Quando non ci saranno più mi mancheranno e un pezzo delle mie radici sarà divelto.
“Scrivi ancora qualcosa” mi ha detto oggi Rinaldo ed è per soddisfare il suo desiderio, che è anche mio, che lo faccio.
Aveva aperto la porta con la chiave più grossa del mazzo, quella che somigliava alla chiave di S. Pietro sulle immaginette, ed ora zia Amelia mi faceva cenno di seguirla in silenzio e attenta che nessuno ci veda perché questa è la scuola del paese ed ora è chiusa perché è estate.
La scuola era alloggiata nella nostra casa, nelle due stanze ai lati del portone, senza servizi, ma non era un problema: c’era sempre qualche anima buona che provvedeva alla bisogna.
Il sentirsi parte di una grande famiglia è ciò che si va perdendo. La mia casa come fosse la tua. Quell’umanità che ancora oggi mi rende consapevole e orgogliosa delle mie origini, a Milano.
In un armadio di fianco alla finestra c’erano tanti libri in fila. Mi avvicinai incuriosita. L’occhio mi cadde su “Via col vento”.
Lo avevo già visto al cinema ed ero curiosa di leggere il romanzo. Lo feci in due giorni di lettura intensa e quasi ininterrotta. Zia Amelia assecondava questo mio amore libresco e le incursioni nella scuola si ripeterono numerose.
Un giorno avevo aperto un quaderno con la copertina nera e i bordi rossi e vi avevo guardato dentro. Somigliava ai miei quaderni delle elementari, pieni di segni rossi e blu.
Qualche cancellatura aveva lasciato una leggera abrasione sul foglio e l’inchiostro vi si era espanso leggermente. Che disdetta i peli della carta che si attaccavano al pennino facendo le barbe alle lettere, per non parlare del famigerato e temutissimo buco nel foglio che uno sfregamento più intenso della gomma, preventivamente inumidita con la saliva, poteva provocare. La scrittura era tonda e regolare, come un esercizio di bella calligrafia copiato dalla lavagna. Mi ero ricordata di quando avevo passato la lingua sul bordo dei fogli e poi lo avevo sfregato sulle labbra come fosse un rossetto.
C’era aria di chiuso e di polvere, zia Amelia mi fece cenno di avvicinarmi e mi mostrò un sussidiario dei tempi del fascio con le figure in bianco e nero e i bambini vestiti da balilla. La solita fotografia del duce col mento sporto in avanti, ripreso dal sotto in su, campeggiava nella prima pagina e in margine uno scritto nel consueto stile retorico. Che cosa era stato il fascismo per i miei? Credo che non avessero nessuna consapevolezza in proposito, se non che mamma mi diceva, a volte, dei tempi in cui si poteva lasciare la bottiglia del latte davanti al portone e nessuno te la rubava.
Quel sussidiario l’avevo portato di sopra, nella camera della nonna, e mi ero sdraiata sul lettone per leggerlo. Di tutto quanto mi è rimasta impressa la poesia di Pastonchi “Pane” e il verso “pane ti spezzan gli umili ogni giorno”. Chissà poi perché solo gli umili e l’umile desco e così via. C’è una moda per le parole che passa come quella dei vestiti, ma a differenza di questi ultimi le parole non si riciclano, semplicemente muoiono. Chi dei ragazzi d’oggi sa cosa vuol dire “desco”?
Mi chiedo se non finirò per vivere solo nel passato a furia di voler ricordare. Per chi poi? A chi può interessare tutto ciò se non a me che mi guardo vivere e cerco di dare un senso alla mia vita, anche se in certi momenti mi sembra che sto dimenticando che la vita è qui, in questi piccoli sorsi del presente.
Mia madre. Sono sola con lei in questo pomeriggio di luglio. E’ una presenza che se ne va ogni giorno di più, e come un disco rotto si è fermata e ripete sempre lo stesso ritornello.
Il tempo che passa è una ruota che ritorna sempre al punto di partenza.
Sono seduta davanti al portone. Quello che una volta era il gradino non c’è più, distrutto da una ristrutturazione che ha cambiato volto alla vecchia casa. I muri esterni di tufo a vista sono stati intonacati e dipinti di bianco. Ha un’aria nuova, ma non più autentica, come tante case del paese. Mamma è seduta all’altro lato del portone e legge. Forse ha l’illusione di leggere, forse si inventa quello che c’è scritto come fanno i bambini che non vanno ancora a scuola. E’ sopraggiunto Rinaldo e prende a raccontarmi di quando nella Sirte, in Libia, corse il rischio di finire davanti ad un plotone di esecuzione. Aveva la pleurite ed era senza scarpe quel giorno che i suoi superiori lo avevano chiamato per il turno di sorveglianza. Pioveva da molte ore e sarebbe rimasto a mollo tutta la notte, se avesse accettato, perciò si era rifiutato. Mi sembra di vedere la scena e lui che con la sua aria schietta, un misto di sincerità e scaltrezza, riesce a salvarsi da una situazione senza uscita.
Continuando sulla scia dei ricordi mi viene in mente che Montanelli parlava di battaglie di cartone a proposito della guerra di Eritrea che gli avevano aperto gli occhi sulla vuota magniloquenza del regime e penso alla novella crociata dei pezzenti mandati a combattere col forcone contro i carri armati “Gli americani, quelli sì che erano veri democratici. Nei campi di lavoro se c’era da fare la fila per il rancio il colonnello si incolonnava coi prigionieri e non pretendeva di passare avanti”.
Come me, Rinaldo teme che si possa perdere traccia di una vita, ha paura di andarsene senza aver prima inciso un segno del suo passaggio sul muro del viandante immemore.
Si è fatto sera. Un’altra giornata si è consumata. Seguendo il rituale quotidiano ora chiuderò tutte le imposte e la porta del catoio col chiavistello e poi me ne andrò a dormire.
Mimma Pasqua
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