CRONOS
Cronos non c'è per seguire il galleggiare della foglia
morta
nell'aria che la dondola sulle sue trasparenti ali
come a trattenerla
ancora più lontana
dall'avida terra.
Corriamo così velocemente che
l'autunno vedremo appena
come un bagliore forse
all'arrivo del
subitaneo distacco.
Cronos ingoiamo senza masticarlo.
Più non lo
abbiamo
per gustarlo
il tempo.
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Franco Araniti ha pubblicato il dramma
per ragazzi "Redenzione"; i libri di poesia "Compagna Calabria",
"Parola di proletari", "In-canti", "Carovana sud-sud", " 'U cunta cu
campa" - "Lo racconta chi vive", "Paura?", "Erosie", "Di quel viavai...
D'amore; i libri di narrativa "Il vecchio col piattino del clown",
"L'uccello sciancato". Redattore di "Malvagia" dal 1981 al 2001, è
nella direzione del "quaderno del poeta". Ha ricevuto vari premi.
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Corso di Porta Ticinese
Esule,
come i grandi della storia.
Mi dico
per silenziare le mie pene.
Ma è un dire
che fa sbocciare una risata
sui baffi di un grosso gatto
affumicato.
L’hanno appeso nella vetrina
a testa in giù.
Leggo: Modernariato anni ’50.
Tintinna la campanella della porta:
- Posso guardare? – chiedo
e faccio un salto,
un orso polveroso salta giù
e io mi scosto appena appena in tempo
perché non impiastricci
la mia giacca.
Rosso rubino, l’ho comprata ieri
sul banco di un mercatino dell’usato.
- Ciao! – una ranocchia mi saluta
mentre m’impiglio
a un lampadario addormentato
sul pavimento
a losanghe bianche e blu.
Coccinelle rosse per una bambina
All’improvviso, mentre lavoro
o giro per casa
mentre ascolto musica
o rispondo
a offerte di lavoro inesistenti
un pianto terribile mi assale.
Un ricordo repentino si affaccia
il suono di una piccola voce
udita appena un’ora prima.
- Ho messo gli orecchini a coccinella.
Quando vieni?
Sono stata dal dottore stamattina.
Mi ha tolto un vermetto dal dentino.
Anch’io ho un verme
grosso come un drago.
Nascosto in qualche posto
mi sta mangiando il cuore.
Anch’io dal dentista andrò domani
ma senza coccinelle a orecchini.
Porterò due pendenti dondolanti
e tacchi a spillo
per inciampare prima.
- Quanto ci metti ad arrivare?
Io ti voglio!
Quanto è lunga questa strada?
Vieni prima!
Mi dice impertinente la vocina.
Rispondo, sorridente alla bambina
Che insiste per riavere la mia mano. |
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Ada Celico è Critica Letteraria e Docente di Scrittura Creativa. Si presenta come autrice di narrativa in, Io, donna di Calabria, (1990) e tra gli altri testi in, Il prato delle libellule (1994), che risulta premiato come opera inedita al concorso “Un libro per la scuola”, promosso da Millelibri Mondadori (1991). Con il testo ancora inedito, Una casa di carta per mia madre, compare tra “I nuovi talenti nazionali” nel concorso “Scrivere” Fabbri Editori (1997). Collabora con Nosside, Centro Studi Ricerca e Documentazione Donna, Università della Calabria.
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ARCIPELAGO ITACA*
“Volver”, mi sono sentito ripetere anche troppe volte, e “volver” significa tornare.
Chi lo diceva era mia moglie, spesso fra le lacrime. Era cilena, di madre danese e nonno marchigiano, rossa di capelli, la pelle di latte sempre in guerra contro il sole, alta e diritta, bella come una dea e matta come un cavallo.
La sua Itaca si chiamava Valparaiso, con quella sorta di reggia in cui era cresciuta nella ricchezza più ostentata e pacchiana, fra stuoli di servitori sfruttati e malpagati che le avevano fatta facile la vita.
Rimpiangeva tutto ciò dal bilocalino all’estrema periferia dove l’avevo portata, e fra noi ogni giorno era una secchiata in più nel già vasto oceano delle incomprensioni. Finché si è messo di mezzo l’oceano vero, per una veloce Odissea verso la sua dorata Itaca.
Ma Itaca, a raggiungerla:
“Non so, mi sembra tutto diverso da prima, non mi trovo più, mi sembra di essere stata via cent’anni” mi ha detto al telefono, nel suo inglese stentato che faceva il paio con la stentatezza del mio: i matrimoni possono andare a rotoli anche per difetto linguistico, finisce sempre per mancare la parola adatta al momento opportuno.
Nell’anima Itaca non è un’isola che taglia l’orizzonte, ma un arcipelago dalle molte isole, tutte con lo stesso nome. Non il ritorno, perciò, ma i ritorni, salvifici di meta da raggiungere e ingannatori nella loro speranza di farci rivivere ciò che si desidera ritrovare, né l’esperienza riesce a vincere la barriera dell’inganno, e a dirci che nulla sarà più come l’abbiamo custodito dentro di noi. I ritorni alle Itache di ciò che è stato dovrebbero regalare vita, invece dissotterrano fossili della memoria: ci si aspetta di immergersi in quei mari, al contrario si trovano rocce e schegge color terra di conchiglie dalle esistenze lontane.
In ognuno di noi palpita l’irrequietezza di un piccolo grande Ulisse, che ci fa mentitori al punto che, per meglio ingannare l’inganno, ci rassettiamo d’istinto prima di metterci davanti allo specchio che invece dovrebbe dirci come rassettarci.
E per i più questo Ulisse non è quello di Dante, acceso dalla sete di conoscenza, o quello del viaggio per il viaggio di Kavafis, ma l’altro, minimo e intimo di Pascoli, che torna a Itaca e, per il tanto che ha mentito a se stesso ricordandola, non la riconosce. Perché, forse, la voglia di ingannarsi tornando è nata insieme con il primo uomo, dopo la sua cacciata da un’Itaca chiamata Eden.
Lei, comunque, nella sua Itaca, per quanto l’abbia trovata mutata, è rimasta.
Giovanni Chiara
* Da “Volver”, Giallotre, TRE del dicembre 2006 |
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Giovanni Chiara è nato e vive a Milano. E’ autore di romanzi (Premio Bagutta 2000) tradotti in francese, tedesco, olandese e portoghese, oltre che autore teatrale (Premio Fersen 2004). Si occupa di divulgazione musicale e artistica.
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Andando per la Toscana
Questo morbido andare senza meta
tra pini di mare e girasoli arsi
campi di sole file di cipressi
ha un sapore di mistica memoria
d’un ritorno ambito che ci è precluso
per una colpa arcana sconosciuta
come se la vita ora ci svelasse
il suo inafferrabile segreto
l’inganno qui per sempre imprigionato
nel sorriso distorto di vinaccia.
Luglio 2007 in Toscana |
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Franco Gordano
(Cosenza, 1948). Studi fino all’avvocatura. Ex funz. banca. Pubbl.: Lo sguardo del pittore (selez. Premi: S. Nicola Arcella 2000 e Tra Secchia e Panaro 2002); Silica Glass (vari riconoscimenti tra cui: fin. Premio Contini Bonacossi (PT) 2004 e 2005, vinc. ex aequo Premio Tra Secchia e Panaro (Mo) 2004; plaquettes: Anime; Quella strana traccia; nihil (“particolare valore poetico” XIX Premio L. Montano-Verona). Raccolte inedite: Mare su "Poiesis"- Roma 2000, L'origine del mondo, rassegna '"Erotiche visioni", Dal fondo del profondo (105 haiku),“attestato di merito” XX Premio L. Montano 2006, di cui 40 haiku sull’antologia Europainsieme. Altre pubbl: La Stanza del Poeta(ant. poetica, a cura di) La Fontana(racconti) 3° ex aequo 12° Premio Naz. “Rivalto – R. Magni” (PI) 2006.
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TORNARE A ITACA
Ineffabile nostalgia sconvolgente
sciocca appiccicata senza requie
ai fantasmi di soli o stelle aliene
al centro più incavato della Terra.
Torneresti dove a sognare memoria
se non tra le pareti di questa stanza?
Quale spiaggia dopo tanto occulto vagare
accoglierebbe la tua confusa remissione?
In questo vecchio dannato lasso eroe
quale isola egea ti riconoscerebbe?
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Olga Karasso pubblica giovanissima le poesie “Verdi malinconie”, ed. Convivio Letterario. Traduce per Guanda, con Franco De Poli, Léopold Sédar Senghor e poeti bulgari. Redattrice de Il Canguro, scrive articoli di critica letteraria su un noto quotidiano, poetessa sovente premiata, invitata a simposi all’estero, allontanatasi dall’ambiente ricompare con i romanzi psicologici “Ibis”, ed. Team 80, e “Esperanza”, ed. Anima. Con “Un gradino dopo l’altro”, ed. Otma, riprende, in chiave poetica, la sua osservazione del profondo.
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VIAGGIO
Vado per strade lontane
Città affollate
Dove i segni dell’uomo vivono
Emozioni
Apro mondi profondi
Mi chiamano
Mi invadono
Sprofondo volentieri in loro –
Ma non sono miei –
Non mi appartengono se non un attimo fugace.
Vorrei…ma non sono –
Vorrei essere ovunque
Ogni dove vorrei mio.
RITORNO A CASA
Voglio restare ancor un poco a guardarti,
vecchia cascina che rovini le tue pietre solitarie.
Mi riconosci?
La cittadina che pedalava intorno alla tua aia bianca
E le ore lunghe dell’estate sull’argine piccolo
Le lucciole a confondersi con i sogni
I pensieri con le stelle
Le letture scovate in vecchi armadi
I gatti ad acchiappare topini sfortunati
La carrozza antica e noi bambini ad inventare
Avventure…
Mi riconosci, vecchia cascina lasciata a morire
Davanti al Po?
PARTENZA
E mi allontano
Da te,
mia terra.
Mi saluta il falco
Appollaiato su un tronco,
Il volo basso fulmineo
Di un bianco airone,
il verde setoso dei campi
dicembrini,
il profumo lento dell’acqua
là ,oltre l’argine.
Me ne parto nutrita
Dal tuo calore .
Terra di mio padre ,
terra ferita ,
terra che non sei più –
quella che eri ,
terra che nascondi
nel mio ricordo –
quella che eri.
ARGO
Sei sceso inaspettato
alla nostra casa,
vecchio Argo,
e subito hai avuto
carne e biscotti .
Silenzioso ti sei assopito
sotto la frescura
del gelsomino.
…io ti osservo,
mi immagino
novella Ulisse tornata
all’isola dei padri ,
guerriera placata
dal tempo
alla ricerca di una pace
serena
per avvolgervi l’animo mio
frantumato
dai pensieri.
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Liliana Marchi E’ nata nel 1956 figlia di un contadino mantovano e di una pianista milanese. Laureata in Storia medievale, insegna lettere.
Dal 2007 ha partecipato a più concorsi ottenendo menzioni e premi. Ha pubblicato due raccolte: “Parole come granito “ con Edizioni il filo e “Gesti come ricordi“ con Edizioni Montag. Menzione di merito al concorso “Insieme nel mondo“, Gran premio speciale al concorso “Associazione città di La Spezia“, Primo posto al concorso di poesia e narrativa organizzato da AISM di Grosseto,
quinta al concorso “Sigillo dei poeti “ e seconda nella sezione silloge con Edizioni Montag.
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Otto cavalli
Otto Achei,
Ulisse, e pochi reduci,
trasvolano Atlantico,
cercano nuove odissee.
Dai piccoli schermi
il Serpente
canta i sapori
della Grande Mela
Otto cavalli
nelle stalle del jumbo,
ancora negli zoccoli
la terra d’Hissarlik*.
Sfideranno Buffalo Bill,
e i guerrieri pellerossa,
tra le voragini
e le vertigini dei grattacieli.
Mai più
sogneranno Itaca, gli Eroi.
Ogni paese è più triste, dopo New York
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*Nome del territorio su cui sorgeva Troia |
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Tonino Milite , nato a Tirana nel 1942.Pittore, si diploma presso l'Accademia
di Brera con una tesi su Bruno Munari, col quale collabora a lungo nei
laboratori per la stimolazione della creatività infantile. Ha pubblicato Le
Texture Zanichelli 1980 e "Dubi ti amo" in La Vita Felice, 1997. Garzanti
(2001) ha utilizzato l'immagine di una sua opera per la sopraccoperta del
volume "il Novecento" della Storia della Letteratura Italiana. Ha ideato una
Bandiera Internazionale della Pace elaborando una luminosa selezione dei
colori dell'arcobaleno.
Nel 2005 l'editore Sabatelli di Savona pubblica "L'intermittenza del
giallo", la sua prima silloge poetica
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UN VIAGGIO DI SOLO RITORNO,
OVVERO LA SINGOLARE AVVENTURA DI UNO YACHTSMAN INGLESE
Da scrittore amante dei paradossi, Gilbert K. Chesterton ha confessato un giorno di aver desiderato raccontare la storia di uno yachtsman inglese che, salpato alla volta di un lontano arcipelago dei mari del Sud, per una serie di eventi del tutto fortuiti (un guasto agli strumenti di bordo, una nebbia così fitta da costringerlo a navigare alla cieca per giorni e giorni) finì per approdare sulle verdi coste di un’isola che, dopo un breve giro d’esplorazione, scoprì non essere altro che l’Inghilterra. “Invidiabile errore” di navigazione, secondo Chesterton, che consentì al suo involontario eroe di fondere insieme, come un alchimista provetto, tutti gli elementi di un viaggio perfetto: l’ardore iniziale a divenir del mondo esperto, l’ardire di affrontare l’alto mare aperto, l’angoscia di sentirsi, nel vasto oceano, soli, sperduti, senza difesa, e poi la gioiosa sorpresa di ritrovarsi alla fine sulla strada di casa. In fondo il personaggio di Chesterton pare inventato apposta per conciliare le due “figure” di viaggio più famose e contrastanti del mondo occidentale: l’Ulisse dantesco e l’Ulisse di Omero. Del primo condivide l’irrequietezza e la sete di conoscenza che lo spingono a oltrepassare ogni limite e a sfidare l’infinito; al secondo sembra invece accomunato da un’invincibile attrazione (più inconscia che conscia) per l’isola da cui era partito. Di sicuro il suo esempio non può piacere ai pavidi, ai pigri e ai sedentari, perché ricorda che non vi sarebbe conoscenza, non vi sarebbe consapevolezza della propria e dell’altrui cultura, se non vi fosse qualcuno così audace da “prendere il largo” e lasciarsi alle spalle la terra natia per “mettersi nell’avventura”; poi, com’è accaduto al nostro yachtsman, può capitare di smarrirsi, di sbagliare la rotta nella nebbia, di vedere l’orizzonte che improvvisamente si oscura. Mi piace però immaginare ch’egli fosse preparato per ogni evenienza e che non si sia mai scoraggiato. Certo, prima di partire, avrà messo in conto anche di poter morire. Quando ebbe perso del tutto il senso dell’orientamento e la situazione gli apparve disperata, la salvezza gli giunse nella maniera più inaspettata: si alzò un bel vento e la nebbia sparì all’improvviso, così come all’improvviso, molti giorni prima, era arrivata. Grazie a quel vento, lo yachtsman poté rivedere la luna e scrutare la posizione delle stelle. Il baluginare di una luce in lontananza gli fece ritornare la speranza e durante la notte non si staccò dal timone. La sua veglia notturna non fu vana: non era infatti una fata morgana ciò che gli apparve all’alba del giorno seguente. Mentre la scena del mondo si illuminava si stagliò all’orizzonte, nella luce sempre più chiara, una grande e bianca scogliera. Scorse anche un faro, e ne fu confortato: era l’indizio sicuro che non lontano vi era un luogo abitato. La distanza che separava il suo yacht dalla costa fu percorsa rapidamente, come in un sogno, e l’uomo trovò facilmente un buon punto d’approdo. Non appena sbarcato, si chinò a baciare per prima cosa la spiaggia sabbiosa e inviò un pensiero di ringraziamento a Dio per averlo aiutato. Si mise poi fiduciosamente in cammino, cercando di avvistare qualcuno che gli indicasse il nome di quella terra, e non fu affatto deluso (anzi ne fu esilarato!) quando, dopo aver scambiato qualche parola con il primo uomo incontrato, scoprì di essere ritornato nella vecchia e cara Inghilterra. Agli uomini di mare che vollero ascoltare il racconto della sua avventura, l’eccitato yachtsman cercò di spiegare per quale strano scherzo del destino lui, che era partito volgendo la prua verso l’emisfero meridionale, era stato a sua insaputa risospinto verso la terra natale. E quando quelli, che volevano saperne di più, gli si assieparono intorno, imbaldanzito dichiarò che, per quanto lui ne sapesse, tra tutti i viaggi bizzarri, esotici e spericolati compiuti nel mondo, forse soltanto il suo aveva avuto la straordinaria caratteristica di essere stato un viaggio di solo ritorno.
PAOLO ORSI |
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Paolo Orsi. Nato a Milano, ha iniziato la sua attività lavorativa in una casa editrice fiorentina. Ha insegnato a lungo Italiano e Storia in Istituti Tecnici e licei di Milano e provincia. Attualmente collabora con uno studio editoriale milanese. |
Il ritorno a casa
Il mio primo viaggio l’ho compiuto piccolissimo attraverso i ricordi dei miei nonni, di mio padre, dei miei zii. Essi mi raccontavano del lungo cammino compiuto nel 1935 dalla famiglia per raggiungere quella terra così diversa e lontana, che tanta apprensione suscitava. La madre di mia nonna temeva per la loro vita: gli abitanti di quella terra avevano una brutta fama, giravano armati di coltello, erano considerati rissosi e irascibili.
I miei hanno viaggiato per lavoro e per costrizione (il nonno era “ ribelle”), ma tanti altri possono essere i motivi per cui ci si allontana dal luogo natio. E’ il topos più antico della letteratura.
Si viaggia per missione divina, per cercare la vita eterna, per conoscere, per avventura, per la salvezza dell’anima, per spiegare il mondo, per cercare l’assoluto, per creare identità di popolo. Avrebbero, però, mai potuto scriverne Virgilio, Dante, Swift, Conrad, Hesse, Ariosto, Goethe, Sterne, Cervantes, Tennyson, Joyce, Pound… senza il primo grande cantore del viaggio? Senza Omero e l’epopea di Ulisse il mondo non sarebbe lo stesso.
Colui che parte ha il ritorno ( nostòs) nel cuore. Il tema dominante del viaggio omerico è il desiderio di casa. Quando si va, la separazione è lacerante : “ Era già l’ora che volge al disìo/ ai navicanti e ‘ntenerisce il core/ lo dì c’han detto ai dolci amici addio” ( Purg. VIII). Il viaggiatore porta con sé la sua terra, la sua comunità. La nostalgia è la sofferenza ( algòs) che, unita al desiderio del ritorno, avvolge colui che si è distaccato dai propri cari nelle spire della malinconia.
Nell’Odissea non mancano altri “ ritornanti”: Nestore, Menelao, Agamennone. Torneranno a casa, ma non allo stesso modo. Chi felicemente, chi tragicamente, chi con difficoltà. Per tutti, però, non sarà come prima. Tutto è ormai diverso. Dopo anni di assenza loro sono cambiati, la propria terra è cambiata. Il ritorno è mai veramente possibile? Troppe cose si modificano nel tempo per pensare che quel pungente sentimento di nostalgia che attanaglia il viaggiatore non lasci poi il posto allo stupore, spesso amaro, dello spaesamento.
E se l’Ulisse omerico trova, nonostante gli anni di lontananza, Penelope ancora fiduciosa ad attenderlo, lo stesso non può dirsi per quello di Dante, irrequieto esploratore di sé e del mondo: “ né dolcezza di figlio, né la pietà/ del vecchio padre, né il debito amore/ lo quale dovea Penelopé far lieta/ vincer potero dentro a me l’ardore/ ch’i ebbi a divenir del mondo esperto/ e de li vizi umani e del valore”. E la dolce moglie dell’eroe acheo? Siamo sicuri che non sia anch’essa cambiata? Nel suo affascinante omonimo poemetto Rosaria Lo Russo scrive così di una Penelope stanca di attendere: “ zitta zitta decompongo l’imeneo chet’accolse/ a più non posso disfidando assalti di procio/ che m’annusa e sgrufa un porco approccio/ ma oggi invece temo te/ tremulo corpo baro”.
Il ritorno, insomma, è sempre problematico, sia per il viaggiatore, all’oscuro dei cambiamenti, che per la comunità d’origine, che avverte l’allontanamento come un tradimento, e ignora del tutto le fatiche fatte dal “suo” uomo in una terra straniera..
Uno dei migliori narratori calabresi degli ultimi anni, Carmine Abate, ha scritto ripetutamente di questa schizofrenica scissione fra vite vissute lontano e struggente desiderio della propria terra. Nei suoi romanzi egli mette in scena la sradicamento, il rapporto conflittuale con quella nuova e il legame irrisolto con le proprie origini. Ecco il dilemma: dover essere là e il non poter ( e voler) essere qui: “ Se ti dicono di restare parti; se ti dicono di partire, resta.”
A Luigi, Erminia, Silvano, Teo, Liliana, Rita, Mario il Trentino rimase sempre nel cuore, ma trovarono la loro casa in Calabria, la mia martoriata terra. |
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Pierluigi Pedretti, di origine trentina, vive a Cosenza dove insegna. Ha collaborato alle pagine culturali di quotidiani come Liberazione, Il Quotidiano della Calabria e Calabria Ora. Attualmente scrive su La Provincia e La Rinascita. I suoi interessi spaziano dalla nuova narrativa italiana a quella anglo-americana, dalla letteratura di genere al fumetto. Si occupa anche di presentazioni di autori e cura incontri d’arte e letteratura.
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RITORNO A CASA
Il viaggio non fu lungo, ma alla vecchia seduta di fronte a me sembrò interminabile. Dava segni di impazienza. Era scarna ma robusta, capelli bianchi ancora folti, occhi pungenti, mani grandi maschili.
Accanto a lei una giovane donna cercava di calmarla. La vecchia non le dava retta, guardava fuori dal finestrino scuotendo la testa. Colsi una frase in dialetto: Andate pure avanti così, vi troverete il cemento in bocca.
Si rivolse a me: “Torno al mio paese dopo cinquant'anni.”
“Mia nonna - precisò la giovane - ha novant'anni. Si è messa in testa di morire dove è nata. Non vuole credere che, ora, è un paese fantasma. La sua casa è in pessime condizioni, i campi invasi dalle erbacce, i vicini sono morti... stiamo andando nel nulla.”
“Ho passato due guerre. Allora sì che era dura! Non mi spaventa più niente. Voglio ora solo una cosa: morire all'aria aperta.”
“Una fissazione - continuò la nipote - a Milano ha tutto: una bella casa, sei figli. Mia madre ha solo diciotto anni meno di lei, più sorella che figlia...“
“Quella - ghignò la vecchia - è già sotto terra!”
“Vede come è - riprese la nipote - non apprezza chi le vuole bene. Io, per esempio, mi sono presa la responsabilità di accompagnarla, di stare un po' con lei.”
“Tu lì non ci resisti due giorni!”
Mi squadrò: “Ce la faresti tu?”
A togliermi dall'imbarazzo di una risposta squillò il cellulare. La nipote rispose a monosillabi, poi annunciò: “Lo zio verrà a prenderci in stazione con la macchina.”
“Avevo detto di volerci andare in corriera al mio paese!”
“Non c'è più l'autobus, nonna. La gente ora si muove in macchina.”
La vecchia si alzò di scatto. “Vado a pisciare.”
“Ti accompagno...“
Un gesto scostante e si allontanò.
“Lo zio vuole riportarla a Milano - sospirò la nipote - è tornato da poco, dopo anni, dall'Australia e vuole che vada a vivere con lui.”
Il treno si era fermato alla stazione di Piacenza. Diedi un'occhiata dal finestrino e notai fra tante teste in movimento quella bianca della vecchia.
“Sua nonna – dissi - ha mangiato la foglia. E' scesa.“
“Che faccio ora?”
“Prenderà il treno successivo. Non ha altre alternative.”
“Lei non sa quante se ne inventa... L'ultima impresa è stata quando è fuggita dall'ospedale. E' riuscita a farla in barba a medici e infermieri. Ha chiesto un passaggio a un automobilista... farà la stessa cosa, se non peggio: farsela a piedi. “
Mi prese le mani.
“Mi aiuta a dirlo allo zio?”
Per combinazione scendevo anch'io a Parma. Tornavo dopo tanti anni dove avevo passato l'infanzia. Volevo riprendermi il mio sguardo da bambina.
Ci incamminammo tenendoci per mano.
Lo zio, un omone dal colorito di chi ha vissuto una vita all'aperto, chiese senza preamboli: “Mia madre?”
“Ha deciso di andare da sola.”
“Che ci stavi a fare tu?”
Gli raccontai tutta la storia.
“Lo so, è testarda.”
Si passò una mano sugli occhi. Una mano grossa dalla pelle spessa.
“Di' un po', di terra ce n'è ancora?”
“Ettari incolti...“
“E la casa?”
“Va restaurata.”
“Questo è il meno. E' il mio mestiere.”
La vecchia l'aveva avuta vinta, pensai con soddisfazione. Li lasciai lì sulla banchina. Ora tocca a me, mi dissi, sfogliare a ritroso l'album dei ricordi, soffermarmi su certe immagini, entrarci dentro anima e corpo. |
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Francesca Rossoni abita e lavora a Milano. Appassionata di letterature francese, inglese e tedesca, ha svolto per anni attività di traduttrice. Si è inoltre occupata di editoria e uffici stampa per riviste specializzate. Scrittrice di molti monologhi e aforismi predilige i racconti brevi. Il suo libro di aforismi “Passepartout” ha ricevuto un'ottima recensione su Pen International. Gli stessi sono stati pubblicatisuSelezionee recitati in teatro a Mordano e nelle botteghe degli artisti durante le manifestazioni del Festival di Spoleto. “Aeroplanini di carta” è stato pubblicato dopo menzione di un noto concorso letterario. |
tratto da: Le immagini, i giorni (Poesie 1997-2007)
I giorni
Non so perché tutto
ha sapore di addio
Eppure i prati sono ancora verdi
e sulle siepi sbocciano bianchi
piccoli fiori
L’aria è appena più fresca
l’azzurro appena più pallido
il passo appena più lento
Eppure tutto
ha sapore di addio.. |
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Vittoria Zannini Palazzo Ha cominciato a scrivere poesie a otto anni e non ha più smesso.
Ha pubblicato trenta libri, di cui cinque in prosa.
Nel 1971 ha fondato l’Associazione Culturale “Il Salice” di cui è presidente a vita.
Tra i premi: premio della Gavetta per l’attività giornalistica, Premio Andersen per la fiaba, Premio internazionale Quasimodo e premio Gronchi per la poesia.
Ha ricevuto nel 1976, l’Ambrogino d’oro del Comune di Milano. |
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